Macerata, vescovo: “Ci dobbiamo sentire tutti corresponsabili”

INTERVISTA A INBLU RADIO

Mons. Marconi a InBlu, la radio della Cei: “Sono passato due minuti prima che cominciassero gli spari. Come nella vicenda di Pamela nessuno si deve chiamare fuori”. 

Roma, 3 febbraio 2018. “Tutti ci dobbiamo sentire corresponsabili e chiamati a fare qualcosa di positivo per costruire, non per distruggere”. Lo ha detto il vescovo di Macerata, mons.Nazzareno Marconi, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando il grave episodio avvenuto a Macerata dove un uomo ha sparato contro alcuni immigrati.
“Io ero a via Cairoli – ha raccontato mons. Marconi – avevo appena finito di celebrare la messa, sono passato due minuti prima circa che cominciassero gli spari, sono passato lì a piedi. L’ho sentita molto vicino la cosa, tra l’altro l’auto di due consacrate è stata coinvolta in un tamponamento generato da questi spari. Nell’omelia io avevo proprio parlato di questa situazione che sta vivendo la città, invitando le persone a capire che quando succedono questi disagi, come la vicenda della ragazza, nessuno si deve chiamare fuori, perché nessuno è del tutto innocente. È troppo facile scaricare la colpa tutta su una persona, e qui c’è una storia di droga, c’è una storia di spaccio, c’è lo sbandamento di certi nostri giovani e ognuno ci ha messo un pezzettino di suo”.
“Parlando proprio con i consacrati – ha proseguito il vescovo – avevo condiviso con loro una riflessione su una frase che Pamela aveva scritto sul suo profilo Facebook, che è l’equivalente moderno dei diari del cuore di quando ero giovane io, e lei ha descritto così questa difficoltà: ‘Tutti – dice lei – sono dipendenti da qualcosa per affrontare il dolore’, e io dicevo: questa è una sconfitta della nostra evangelizzazione, perché una ragazza di 18 anni non dovrebbe dire ‘siamo dipendenti da qualche cosa, abbiamo bisogno di qualche cosa per affrontare il dolore’, dovrebbe dire abbiamo bisogno di qualcuno. Non abbiamo fatto passare questo messaggio umano che è la vicinanza delle persone e soprattutto di Dio, che siamo cristiani, che ci aiuta ad affrontare il dolore. Gesù Cristo oggi non ha altre mani che le nostre mani, altri piedi che i nostri piedi. Il corpo di Cristo oggi è la Chiesa e se non incontriamo noi queste persone non possiamo sperare che incontrino Cristo”.
“Ho lavorato in realtà simili alla comunità della Pars – ha concluso il vescovo – so benissimo che non è facile, la lotta contro la droga è una cosa tremenda, quindi vanno incoraggiati tutti quelli che ci provano”.

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